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18/12/2006 (8:23) - INTERVISTA A CHANDLER BURR
"Quel profumo? Sa di insetticida"
Chandler Burr
ANNA MASERA
Quando il New York Times quest’estate ha annunciato di aver assunto Chandler Burr quale «critico di profumi», offrendogli una rubrica intitolata «Scent Strip» su T, il patinato magazine dedicato allo stile, si è sollevato più di un sopracciglio nel giornalismo anglosassone. I più conservatori perchè temono che sia un brutto segnale per la rettitudine morale della «cultura americana» (Bill Wineke, «Wisconsin State Journal»). Gli altri semplicemente per invidia. Invidia che scaturisce anche da una novità. Chandler Burr ha un grande privilegio: il suo editore gli compra i profumi da recensire, per permettergli di esercitare la sua critica professionale in maniera obiettiva e integerrima.

«”Vai e attacca quello che è cattivo, devi essere completamente onesto e imparziale, a costo di farti dei nemici” mi ha detto il redattore-capo - ci racconta Burr - I miei gusti sono personali e opinabili, ma devo poterli esprimere in totale libertà o il mio mestiere non avrebbe senso.

E’ difficile non trasgredire il divieto di accettare regali dalle aziende di cui scrive?
«Penso che se mi dimostrassi 1) un idiota e/o 2) corrotto, sarei professionalmente morto. Cerco di non essere nè l’uno nè l’altro».

Come esercita la sua libertà d’espressione?
«Sono cosciente di essere pieno di pregiudizi. Anche se mi sforzo di farmelo piacere, non sopporto il vetiver. Ho una preferenza per i floreali e i fruttati, non sopporto il tabacco...».

I colleghi le invidiano la condizione economica che le permette di essere libero di esprimersi?
«Certo. Ma per quello che faccio io è l’unico modo per farlo seriamente. Il giornalismo costantemente si lascia corrompere ma poi si tira fuori dalla corruzione dilagante: basta vedere cosa è successo in Iraq con i reporter cosiddetti “embedded” che dovevano raccontare solo la versione della guerra che voleva Bush...Ma alla fine hanno raccontato agli americani che là si moriva, e adesso grazie a loro la guerra non è più così popolare. Per essere rispettati è cruciale la trasparenza, l’onestà e il coraggio».

Nel settore frivolo della moda la deontologia professionale è più lasca, dalle nostre parti...
«C’è una regola non detta nel giornalismo di moda per cui i critici possono distruggere la collezione primaverile di Chanel, ma guai a dire che il suo profumo «Allure Sport for men» è commerciale, totalmente non originale, senza interesse, bellezza o innovazione. Sì, il No.19 è uno dei migliori profumi al mondo, pura eleganza allo stato liquido, ma i maschili di Chanel, a parte Egoist Platinum, sono tradizionalisti e lontani da quello che Chanel e il suo profumiere Jacques Polge potrebbero fare se si prendessero dei rischi. Il profumo è, per qualche strana ragione, visto come immune da critiche. Questo è stato un disastro per tutta l’industria. Ha reso i loro creatori compiacenti e chi lavora per loro vive nella paura. Invece va detto che i profumi sono pieni zeppi di bugie allo stato puro, spazzatura ricoperta di brillantini. Se aiuto a distruggere un Azzaro Chrome, che sa di insetticida, o il nuovo Yves Saint Laurent, che è al 100 per cento il cliché di ciò che deve essere maschile, o la maggior parte dei profumi di Hugo Boss, che sembrano creati dal Politburo sovietico, è tanto di guadagnato per tutti».

Che cosa succede al New York Times se boccia una marca?
«Una volta ho parlato male di un profumo di Armani e hanno ritirato la pubblicità dal giornale per un po’. Ma poi sono tornati. Sto per dare zero stelle a un nuovo profumo di Hugo Boss: ma lo sanno, l’ho detto l’altra sera a una festa a Dave Apel, il profumiere di Givaudan che lo ha creato, è preparato a incassare una bocciatura».

Fuori i verdetti sui profumi italiani.
«Prada for men» è accettabile, il che per Prada vuol dire deludente, considerato quello che potevano fare. Invece il femminile di Prada, l’originale, è perfezione pura: profondo come un pozzo d’acqua scura, elegante, meraviglioso. Non mi piace l’estetica di Armani, troppo commerciale, rischiano di incappare nell’errore di Hugo Boss di finti-cool: ma ammiro la coerenza della collezione, i profumi Armani sanno di Armani. «Light Blue» di Dolce & Gabbana è strepitoso da tutti i punti di vista: originale da togliere il fiato, costruito perfettamente, dura sulla pelle dal primo secondo fino alla sesta ora. Hanno solo sbagliato a venderlo come un femminile: è molto meglio per un uomo. Il Bright Crystal di Versace è una completa schifezza commerciale, invece il loro "The Dreamer" è tra i migliori sulla piazza: ogni uomo e ogni donna dovrebbe possederne uno. Ma le case italiane di nicchia sono ancora più interessanti. La collezione di Laura Tonatto è tra le più strane, osé e cerebrali che io abbia mai annusato, prende dei rischi. Lorenzo Villoresi fa cose magnifiche. E la gente dovrebbe conoscere Eau d'Italie. Ne consiglio due: "Paestum Rose" che sa di rosa crepuscolare ed è accecante, e "Sienne l'Hiver", legno invecchiato odoroso di timo».

Personalmente, che profumo usa?
«Ne indosso 4-8 contemporaneamente, su diversi punti delle braccia e delle spalle. E’ l’unico modo per conoscerli».

Quali profumi compra per i suoi amici?
«Vorrei avere un marito, e ho appena passato il mese di ottobre a finire il mio secondo libro sui profumi a Roma perchè gli uomini italiani mi fanno impazzire: speravo di trovarne uno, ma ho incontrati solo ragazzi carini, nessun marito. Però se vivessi con un uomo, so che odore mi piacerebbe che avesse: gli comprerei “Happy for Men” di Clinique, Dior Homme, Sake di Fresh, Sienne l'Hiver, Rose Barbare, New Haarlem di Bond No 9».

Sa che con questa dichiarazione ha ammazzato ogni speranza per questi profumi di essere indossati da uomini eterosessuali, vero?
«Amen».
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